Titolo originale: The Fine Art of Love: Mine Ha-Ha
Regia: John Irvin
Sceneggiatura: Jim Carrington, Sadie Jones
Fotografia: Fabio Zamarion
Montaggio: Louisa Harding, Roberto Perpignani
Musica: Paul Grabowsky
Interpreti principali: Jaqueline Bisset, Mary Nighy, Hannah Taylor-Gordon, Galatea Ranzi, Eva Grimaldi,
Silvia De Santis, Enrico Lo Verso, Urbano Barberini
Origine : Gran Bretagna / Repubblica Ceca / Italia, 2005
Durata: 107'
Colore
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Inconsultamente presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, avrebbe potuto concorrere con qualche chance al Leone
per il film più brutto del festival. Una pessima coproduzione senz’anima e senza senso, con cast internazionale
raccogliticcio e senza uno straccio di idea (si possono astenere perfino i voyeuristi, non ne vale la pena). Tratto da un
testo di Wedekind che pare ispirò anche Suspiria di Argento (che qualche idea l’aveva: una era quella di farci un
sacco di paura) e che destò l’interesse di Lattuada (cultore di ninfette), il film suppone che un ricco e potente
nobilastro mantenga generazioni di giovinette segregate in una sorta di collegio-lager isolato dal mondo; segnali sinistri
ci fanno pensare a chissà quali turpi ed innominabili scopi, per scoprire poi che il metafisico complotto serve all’hobby
del tipaccio, che consiste nello scoparsi una volta all’anno l’etoile del balletto. E’ vero però che dopo la fine del film
qualcosa ti rimane dentro: l’urgenza di sconsigliarlo a tutte le persone che incontri.
MAURO CARON
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